LiberaMente – La rubrica della psicologa. “Non posso grazie, sono a dieta!”

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Un’epidemia silenziosa, una fame da morire: i disturbi alimentari colpiscono più di tre milioni di persone solo in Italia. Una lettrice chiede aiuto

Sono oltre 3 i milioni le persone che in Italia soffrono di un disturbo alimentare di cui 2,3 milioni adolescenti, per lo più di sesso femminile.

Numeri che danno il senso di come ci si trovi di fronte ad una vera e propria epidemia sociale, allarmante soprattutto perché negli ultimi anni si sta assistendo ad un pericoloso abbassamento dell’età di insorgenza, intorno agli 8/10 anni.



Per riuscire a cogliere il senso di tanta sofferenza bisogna compiere un breve viaggio nel mondo di queste ragazze dal corpo esile e dallo sguardo vuoto, quasi evanescente, ma in netto contrasto con la straordinaria carica di energia che le sostiene permettendo loro di passare ore interminabili a studiare raggiungendo risultati eccellenti (sono di solito studentesse esemplari), così come a darsi ad un’attività fisica estenuante per bruciare le poche calorie assunte durante il giorno.

L’energia, la paradossale vitalità, serve per tenere a tacere, per soffocare e contrastare il bisogno fisiologico primario: quello della nutrizione. Sentire di riuscire a dominarlo e di non esserne schiavi fa sì che sperimentino un senso di onnipotenza che dà loro ancora più carica vitale, ma che è destinato a svanire rapidamente qualora cedano ai morsi della fame svuotando frigoriferi e credenze.

Il senso di colpa che le colpisce arriva come uno tsunami e purtroppo ha gli stessi effetti devastanti. E poi c’è il quotidiano confronto con la bilancia: un’amica quando segna il peso in discesa, una nemica quando indica l’aumento anche di pochi etti.

Cosa porta queste giovani a ridursi alla fame fino, a volte, a morire? La risposta non è nell’essere magre per attirare attenzione o per conformarsi a modelli estetici e sociali piuttosto che ai dettami della moda.

Le ragazze o le donne che soffrono di un disturbo alimentare sentono che il loro valore come persone e in primis l’immagine corporea sono dipendenti dal giudizio degli altri, che cercano in tutti i modi di rendere positivo; c’è in loro un intenso bisogno di essere amate e confermate, unito al timore di deludere ed essere delusi.

Il cibo rappresenta il mezzo attraverso cui consolarsi mentre il suo rifiuto è il modo per evitare critiche con una pervasività che va a fagocitare tutto il resto. Un giudizio negativo, una critica, anche ipotetici, spingono all’isolamento e alla chiusura in sé con evitamento di tutte le situazioni di esposizione.

L’immagine corporea viene perciò a costituire l’unico veicolo cognitivo delle esperienze di delusione delle attribuzioni personali.

“L’anoressia e la bulimia sono il sintomo tangibile di un dolore che non si vede, di un disagio psicologico lungamente incubato, segno di una crepa nella memoria o nella vita famigliare”. Fabiola De Clercq, Fame d’amore: Donne oltre l’anoressia e la bulimia, 2002.

Silvia Augero
Silvia Augero
Psicologa e psicoterapeuta. Specializzata in disturbi d’ansia, alimentari, dell’umore e sessuale. Riceve nel suo studio di Monterotondo in Via Adige, 23. Cell.: 335/6852842

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