Il racconto: “Assuntina” di Adelaide Camillo, secondo posto al concorso “Ali spezzate”

La Ragazza Preferita: Giulia Pireddu
febbraio 13, 2019

“Ali spezzate” edito da PAV Edizioni, è un’antologia formata dai racconti degli autori che hanno partecipato alla prima edizione del concorso Ali Spezzate che ha come tematica la violenza sulle donne, in tutte le sue forme. L’antologia verrà presentata sabato 9 Marzo alle ore 18 presso Lettere e Caffè – via San Francesco a Ripa, 100/101 a Trastevere.

Presentiamo di seguito il racconto Assuntina, scritto da Adelaide Camillo, secondo posto al concorso “Ali spezzate”.

Assuntina

“Io sono Assuntina, la svergognata del quartiere e ho vent’anni. Vi voglio raccontare la mia storia. Vi avverto però è una storia brutta. Oggi mi sono sposata con Gigino, lo scemo del quartiere. L’unico che mi ha voluta sposare, perché nel quartiere avevano deciso che io non meritavo l’onore di una ragazza rispettabile poiché non ero più illibata.

Quando avevo tredici anni ‘o professore, in una delle tante volte che mi faceva salire a casa sua, mi tolse la verginità. Io non volevo, ma dovetti stare per forza e dovevo pure stare zitta perché tanto nessuno mi credeva. ’O professore era ben voluto da tutti, e quando morì, erano tutti dispiaciuti tranne io, che grazie a lui ero rovinata per sempre.

Grazie a Gigino ora sono una donna sposata e rispettabile. Mi aveva creduta e dopo cinque anni di fidanzamento mi aveva sposata. Mi aveva dato una bella casa a San Biagio dei librai. Teneva pure il posto come spazzino… ma stasera, la nostra prima notte di nozze, vuole consumare, ma a me fa schifo… come glielo spiego? Io dovrei essere contenta, ora sono una donna stimata, posso fare i figli col marito… però io tengo un nodo alla gola che non vuole scendere giù.

È iniziato tutto quando avevo otto anni ed ero proprio ‘na bella ninnella. L’unica figlia femmina di cinque maschi e vivevo con la mia famiglia ai quartieri spagnoli, in un appartamento in basso, con solo due stanzoni grandi, un cucinino e un gabinetto. Mio padre aveva la botteguccia dove faceva il calzolaio, mia madre faceva la casalinga, io l’aiutavo a pulire, cucinare e a guardare i miei fratelli. Volevo andare a scuola, ma ero femmina e la femmine non vanno a scuola. Era da poco finita la seconda guerra mondiale e i mericani stavano ovunque… non c’era da mangiare… non ci potevamo comprare nulla. La comare Giuseppina faceva il mercato nero e ci spennava tutti pure per un pacco di sale. Nei vicoli, dopo la guerra, non c’era niente, neanche il sole. C’era solo ‘o professore che era andato in pensione da poco e abitava al terzo piano del palazzo dove stavamo pure noi, e ogni tanto sul finestrone dello stanzone metteva duemila lire. La mamma dopo una mezz’ora mi portava a casa sua dove ci stavo tutto il pomeriggio.

Non mi ricordo bene, ero bellina, avevo le trecce nere e lunghe e poi ero secca e bruna, sembravo una spagnola. Camminavo per i viali con gli zoccoli e mi piaceva fare un sacco di rumore, soprattutto quando mettevo i fiocchi rossi o i vestitini nuovi che ‘o professore mi regalava ogni volta che andavo a casa sua, insieme alla cioccolata. Non mi dispiaceva stare là. Mi ricordo che chiudeva i tendini pesanti del soggiorno così nessuno ci poteva vedere e mi faceva spogliare, pure le mutandine mi faceva togliere e dovevo stare così per casa. Ogni tanto mi accarezzava, ma io che ne sapevo? Pensavo che mi voleva bene, che ne sapevo che poi lui mentre stavo per casa faceva i fatti suoi, guardandomi… e accarezzandomi. Io ero piccolina e mi ricordo che sia d’estate sia d’inverno andavo a casa del professore per parecchio tempo; che poi a me sto professore mi stava simpatico pure, ma mamma mia com’era brutto e vecchio! Teneva ‘na panza grandissima, la barba e i capelli ricci, portava gli occhiali come il culo della bottiglia e poi puzzava di sudore. La casa però era bella, grande, i mobili erano tutti bombati e teneva tanti specchi in ottone tutti decorati e poi mi ricordo le tende, pesanti, scure, vicino alle finestre. Le chiudeva sempre quando andavo io.

Un giorno, potevo tenere tredici anni, ‘o professore scese e mise le duemila lire sul davanzale della finestra e dopo mezz’ora mamma mi mandò su da lui. Quella volta mi spaventai tanto, perché stava parecchio eccitato, invece di farmi stare seduta sul divano, mi fece mettere a letto, mi spogliò e si spogliò pure lui. Io ancora non capivo, ma mi faceva schifo, mi baciava, toccava e a me tutta quella saliva mi faceva schifo. Poi mi ricordo che improvvisamente sentii un dolore forte forte là… e mi misi a urlare e a piangere. Gli dicevo: «Fermati, voglio andare a casa», ma lui non mi ascoltava, anzi respirava forte sembrava avesse l’asma, e poi non mi ricordo più come andò a finire. Mi trovai solo sporca di sangue e mi faceva tanto male.

Quando andai giù lo dissi a mia mamma che si arrabbiò parecchio, ma non perché ‘o professore mi aveva fatto male, ma perché duemila lire erano poche per quello che mi aveva fatto. Io piangevo e urlavo che non volevo andare più a casa da quel coso tutto puzzolente, ma lei mi prese a schiaffi e mi disse che se volevo mangiare dovevo fare qualcosa pure io e mi disse di stare zitta, che non lo dovevo dire a nessuno sennò rimanevo zitella. E come ogni sera, le mie lacrime bagnavano in silenzio il cuscino.

Poi, non so come, tutti lo vennero a sapere. Mio padre dalla vergogna mi mandò da mia zia a Materdei dove ogni domenica mi veniva a trovare Gigino, l’unico che non mi condannò e mi chiese in sposa. Io ero felice e volevo fare la moglie perbene ed essere una brava mamma, ma come vi ho detto, già mi faceva schifo, ma non glielo potevo dire.

Ora eccomi qui, nel mio letto da sposa, con il mio maritino bello che non mi fa mancare niente e la voglia di scappare via. Io la prima notte di nozze la sognavo bella, romantica, non pensavo che proprio io dovevo stare così male solo al pensiero, ma pure qua devo stare zitta, anzi devo ringraziare il padreterno che Gigino mi ha voluta. In fondo lui si è sposato la svergognata di Vico tre Re. Come se a otto, nove, dieci anni tu sai che significano certe cose. Tu pensi solo a giocare con la bambola, se la tieni, e io non la tenevo. Vabbè… Gigino sta venendo a letto… non ci posso fare niente, magari chiudo gli occhi e aspetto che finisce… e la morte che tengo nel cuore… faccio finta di non sentirla… Buonanotte.

Adelaide Camillo
Secondo posto al concorso “ALI SPEZZATE”

È nata a Napoli il 14/02/1972. Felicemente sposata, ha trascorso gli anni della sua vita lavorando come assistente familiare, specializzandosi in assistenza invalidi e anziani senza però trascurare alcune sue passioni come quella della scrittura scoprendo una certa predilezione per i gialli. Pubblica nel 2018 “L’ispettore D’Amato 26 Luglio 1968” con la PAV Edizioni.

Giovanni Lembo
Giovanni Lembo
Giornalista, sceneggiatore, raccontastorie, papà imperfetto. Direttore di Sitopreferito.it e fondatore de laragazzapreferita.it e di romastorie.it (presto online). Cinema, libri e fumetti sono il suo ambito; la sua vocazione raccontare storie improbabili di ingenui e sognatori. Scorrazza spesso in moto con la banda di Kaneda, beve birra con replicanti e cacciatori di androidi, viaggia sulla Bebop là dove nessun uomo è mai giunto prima. Ha un sacco di amici immaginari...

1 Comment

  1. Adelaide Camillo ha detto:

    Il mio lavoro scritto con tanta passione ,particolarmente sensibile all’ argomento e verso l’infanzia ..credo che tutti i bambini debbano crescere felicia purtroppo spesso non è così …e vorrei che qualcuno facesse qualcosa di concreto affinché ciò accada

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