LiberaMente – La rubrica della psicologa. “Sei solo uno sfigato!”: il bullismo, una emergenza sociale

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Sei solo uno sfigato!“: quante volte abbiamo sentito pronunciare questa frase, per lo più da adolescenti che si rivolgono a loro coetanei, a volte in maniera occasionale per sottolineare un comportamento un po’ goffo, altre in maniera scanzonata all’interno di contesti più goliardici, altre ancora come modalità per offendere ed emarginare qualcuno?

E’ un esempio di bullismo, termine preso a prestito dalla lingua anglosassone in cui la parola “bullyng” sintetizza perfettamente la coopresenza di aggressore e aggredito, vittima e carnefice in episodi di violenza o maltrattamento.

Perché si possa dire di essere in presenza di un episodio di bullismo è però necessario che siano presenti alcune variabili: intenzionalità, cioè il comportamento aggressivo è volontario e consapevole; sistematicità reiterata nel tempo con condotta disfunzionale continuata e persistente; asimmetricità, dove si instaura in una relazione fondata sulla diseguaglianza di forza e potere tra il bullo (in posizione up) e la vittima (in posizione down).

I ruoli sono dunque ben definiti. Da una parte il bullo che attua comportamenti violenti, dall’altra la vittima che subisce tali attacchi e infine, in un ruolo più passivo e defilato ma non per meno deprecabile, lo spettatore o il complice che, pur non compiendo aggressioni dirette, sostiene e rinforza quelle del bullo.

Negli ultimi anni la cronaca ha spesso raccontato di molteplici episodi di bullismo che hanno indignato, preoccupato e interrogato le coscienze dell’opinione pubblica la quale si è ritrovata da una parte a giudicarli con superficialità e dall’altra a ghettizzarli, etichettandoli come espressione di degrado culturale. Il bullismo è una vera e propria emergenza sociale, non solo per la drammaticità di episodi sempre più violenti e crudeli, soprattutto per le devastanti conseguenze che comporta in chi ne è oggetto.

Ma chi è la vittima del bullo? Generalmente è un bambino o un adolescente che per caratteristiche fisiche (occhiali, apparecchio dei denti) o psicologiche (timido, introverso) si percepisce inadeguato, mai all’altezza, fragile e con una conseguente immagine di sé vulnerabile, incapace di difendersi.

Questa immagine lo porta a chiudersi evitando relazioni con gli altri, sviluppando spesso disturbi psicosomatici ed elevati livelli di stress accompagnati da ansia e fobie, difficoltà emotive e di comunicazione. Un profilo che lo rende inconsapevolmente la vittima ideale.

Il bullo inizierà a sbeffeggiare, insultare, denigrare, aggredire, emarginare il ragazzo con l’aiuto, spesso passivo, e la connivenza dei suoi gregari. Sarà per la vittima un’ulteriore conferma della sua inadeguatezza e fragilità che aumenterà il suo senso di isolamento sociale e la sua chiusura emotiva e comunicativa, non riuscendo a chiedere aiuto agli adulti poiché ci sono in lui emozioni contrastanti di rabbia, colpa, vergogna.

“Nessuno può farti sentire inferiore senza il tuo consenso” (E. Roosevelt)

E il bullo? È soltanto un carnefice spietato, un prepotente che usa la sua cattiveria per imporre il proprio dominio/potere sugli altri? Oppure è anche lui vittima di se stesso e della sua aggressività?

La prepotenza è l’unico modo che il bullo conosce per contrastare la vaghezza che gli appartiene, è come se riuscisse a sentire di esserci attraverso le azioni violente e denigratorie che compie, il plauso che riceve dai suoi adepti, la paura che suscita nella vittima: se mi temi esisto. Un riconoscimento, seppure se negativo, che dà un senso di stabilizzazione all’immagine vaga e indefinita che egli ha di sé.

Come la vittima si percepisce fragile, vulnerabile e inadeguato. Anche il bullo ha difficoltà emotive e di comunicazione e utilizza un linguaggio disfunzionale con cui cerca di aggirare il suo senso di inadeguatezza. Proprio come la vittima non ha relazioni sociali significative, al contrario di ciò che si può pensare vedendolo circondato dal gruppo che lo spalleggia e lo sostiene; quindi anche il bullo come la sua vittima si sente SOLO. La rabbia è l’emozione che entrambi provano ma che esprimono in maniera diversa.

“I bambini non nascono bulli , ma viene insegnato loro ad esserlo“ (M. Boomer)

Il bullismo è un fenomeno multifattoriale e per questo sono diversi gli ambiti e contesti in cui è possibile intervenire per sconfiggerlo, da quello familiare a quello scolastico per finire con un intervento individuale. Ascoltare senza giudicare, osservare cercando di capire, domandare senza invadere sono tra gli strumenti principali che si possono usare per intervenire prontamente in tutte quelle situazioni in cui c’è il sospetto si possa essere di fronte ad atti di bullismo, strumenti che possono essere usati trasversalmente tanto con il bullo quanto con la vittima.

In ambito scolastico importante rimane l’arma della prevenzione con una sensibilizzazione a questi temi attraverso incontri con esperti, momenti di “circle time” con insegnanti, e soprattutto uno sportello psicologico cui il ragazzo si senta libero di poter accedere avendo garanzia di anonimato.

“Educa i bambini e non sarà necessario punire gli uomini“ (Pitagora)

Silvia Augero
Silvia Augero
Psicologa e psicoterapeuta. Specializzata in disturbi d’ansia, alimentari, dell’umore e sessuale. Riceve nel suo studio di Monterotondo in Via Adige, 23. Cell.: 335/6852842

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