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Ansia, una parola che spesso abbiamo sentito, pronunciato e provato in maniera più o meno puntiforme nel quotidiano, senza soffermarci a riflettere sul suo reale significato e sull’impatto che può avere in chi ne soffre.

Etimologicamente il termine viene dal latino ANXIUS (affannoso, inquieto) la cui radice è nel verbo ANGERE, ossia stringere; questo dà già un’iniziale idea di come l’ansia si manifesti con un senso di oppressione, di una stretta.

Cercando una definizione più specifica, e facendoci in questo guidare da uno strumento universalmente riconosciuto e accreditato presso la comunità scientifica, ossia il DSM-V (Diagnostic Manual of MentalDisorders), troviamo la seguente dicitura:

“Ansia è una condizione di tensione che si manifesta con timore, oppressione, attesa inquieta non legata a uno stimolo specifico e accompagnata da correlati fisiologici quali tremore, sudorazione, palpitazione, difficoltà respiratorie, senso di affaticamento”




 
L’ansia è l’interesse che si paga su un guaio prima che esso arrivi. William Ralph Inge.

L’ansia, però, non è sempre – o solo – una patologia bensì una condizione, uno stato di attivazione che permette di prevedere e anticipare possibili pericoli cercando di arginarli ipotizzando soluzioni volte ad affrontare la temuta situazione. Questa ansia potremmo definirla “ buona”, ossia adattiva, poiché ci salva la vita permettendoci di essere più performanti come insegna la legge di Jeckes e Dodson.

Quando tuttavia l’individuo inizia a percepire tutto come un potenziale pericolo vivendo in un costante stato di allerta con conseguente messa in atto di strategie di evitamento, l’ansia smette di essere un’alleata per trasformarsi nel più temibile e mostruoso dei nemici.

Prendere un ascensore, andare al cinema, salire su un autobus o fare la spesa, ad esempio, sono attività quotidiane e assolutamente normali, ma non per il soggetto ansioso che le vive come situazioni da evitare o da fare solo accompagnato da una figura significativa percepita come protettiva.




La nostra ansia non viene dal pensare al futuro ma dal volerlo controllare. Gibran.

Come detto l’ansia adattiva è trasversale a tutti, ma solo in un determinato range di soggetti diventa disadattiva e invalidante, e solo qualora si trovino a vivere situazioni o eventi scompensanti come la fine di una relazione o un cambio di immagine del partner, il cambiamento di lavoro casa o città, la malattia di una persona significativa, un lutto.

I soggetti ansiosi possono, in questi contesti, sviluppare una sintomatologia che si muove lungo un continuum che và da un costante stato di allarme (come nell’ansia generalizzata), fino al timore di morte imminente proprio dell’attacco di panico, passando attraverso la paura di spazi ampi/chiusi, insetti, aereo, autostrade ecc., che caratterizza la fobia nelle sue diverse forme.

L’attivazione fisica che ne consegue si manifesta con tachicardia, sudorazione, senso di svenimento e difficoltà respiratorie; si può facilmente immaginare come tutto ciò, oltre a creare una grande sofferenza, sia fortemente invalidante e limitante nonché disadattivo.

Proprio la peculiarità della sintomatologia porta il soggetto ansioso a sviluppare una notevole attenzione ai segnali che il corpo invia fino a raggiungere una spiccata percezione corporea con grande capacità di lettura e controllo.

In conclusione si può affermare che tutte le situazioni di cambiamento che comportano, per il soggetto ansioso, un vissuto emotivo legato ad una perdita di controllo su sé, sull’ambiente o sull’altro significativo conducono ad uno scompenso che si manifesta con sintomi fisici specifici come quelli ad esempio di un attacco di panico.

Silvia Augero
Silvia Augero
Psicologa e psicoterapeuta. Specializzata in disturbi d’ansia, alimentari, dell’umore e sessuale. Riceve nel suo studio di Monterotondo in Via Adige, 23. Cell.: 335/6852842

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